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Disforia di genere: depatologizzare la normalità.

2021-03-01 09:21

La Cura del Tempo

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Disforia di genere: depatologizzare la normalità.

Articolo a cura del Dott.re Antonio Paone, laureato in Scienze e tecniche psicologiche.

“L’espressione delle caratteristiche di genere, inclusa l’identità […] è un fenomeno umano comune e culturalmente diverso che non dovrebbe essere giudicato come naturalmente patologico o negativo” (WPATH Board of Directors, 2010).

 

Per la maggior parte delle persone esiste congruenza tra il loro sesso biologico e il loro ruolo di genere, ma non per tutti è così. Per disforia di genere si intende una forte identificazione col sesso opposto associata ad un forte senso di disagio provocato dalla discrepanza tra il sesso biologico ed il genere psicologico con cui il soggetto si identifica.
Si può fare diagnosi di Disforia di Genere in bambini, adolescenti e adulti e può riguardare sia i soggetti di sesso femminile che quelli di sesso maschile.

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Prima di procedere, è opportuno fare chiarezza sull’utilizzo di due termini spesso considerati interscambiabili:

- per sesso si fa riferimento esclusivamente allo status biologico di una persona;

- per genere, invece, si fa riferimento alla dimensione sociale del soggetto e comprende tutto ciò che ognuno di noi dice e fa per indicare se stessa a livello pubblico.

 

Si è soliti ragionare secondo un’ottica del tutto dicotomica: maschio e femmina.
In realtà la sessualità è qualcosa di molto più complesso che si colloca lungo un continuum  in cui uomo e donna sono solo due delle possibili alternative. Sono tantissimi, infatti, i soggetti che non rientrano, o che non vogliono per forza rientrare, nella classica dicotomia maschio/femmina: si definiscono
non binari o genderqueer.
 

Nella cultura occidentale il concetto di virilità è uno dei più rigidi da sdoganare; nel senso comune, ad esempio, comportamenti stereotipicamente attribuiti agli uomini e presenti nelle bambine sono molto più tollerati e accettati rispetto a bambini che mettono in atto comportamenti stereotipicamente femminili; si tratta, dunque, di una questione prettamente culturale?
L’intolleranza nei confronti di soggetti con non conformità di genere non è universale; in culture non occidentali, infatti, soggetti disforici (ormai adulti) non ridoterebbero alcun ricordo emotivo negativo vissuto durante l’infanzia e/o adolescenza.

 

 

Oggigiorno esistono due principali sistemi di classificazione della salute mentale (e fisica) di un soggetto: il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) redatto dall’American Psychiatric Association e la Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Correlati (ICD) redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

La disforia di genere come condizione di disturbo mentale è un concetto presente nel DSM-5 (quinta edizione) così come nell’ICD-10 (decima versione).

 

Ma è davvero adeguato parlare di disturbo mentale?
Secondo alcuni clinici, la sofferenza esperita da tali soggetti - dovuta alla discrepanza tra il loro sesso biologico e il loro genere psicologico -  permetterebbe di categorizzarla come disturbo mentale.

Nella disforia di genere, tuttavia,  non vi è assolutamente nulla di patologico; l’ostacolo più grande alla serenità di queste persone è costituito da una società totalmente intollerante al comportamento cross-gender.
Nell’undicesima versione dell’ICD, infatti, la disforia di genere è stata eliminata definitivamente dal capitolo sulla salute mentale; la stessa OMS afferma come il disturbo dell’identità di genere sia effettivamente una condizione appartenente alla sfera della salute sessuale per la quale le persone possono ricercare assistenza medica, ma che non rientri in alcun modo tra le malattie mentali.
E’ importante ragionare secondo quest’ottica per permettere il più possibile di ridurre lo
stigma sociale associato a tale condizione e aiutare la comunità transgender a far valere sempre di più i propri diritti. 

Spesso bambini e adolescenti con disforia di genere vengono portati in psicoterapia dai loro genitori; il percorso terapeutico condotto assieme al soggetto disforico mira a:

- gestire l’insoddisfazione generata dal suo sesso di appartenenza;

- lavorare sul background familiare cercando di allentare al massimo qualsiasi tipo di tensione esistente;

- modificare l’impatto negativo dello stigma sociale sul benessere psicologico;

- aiutare il paziente ad esplorare la propria identità.

 

Le persone con disforia di genere possono decidere di intraprendere un percorso di trattamenti ormonali e chirurgici per conformare il proprio corpo all’identità di genere cui sentono di appartenere; a tal proposito ritengo utile, e rispettoso, fare un po’ di chiarezza sulla terminologia da utilizzare.Come riportato dall’Istituto di Sessuologia Clinica si utilizzano i termini:

TRANSESSUALE MtF (acronimo di male to female): indica la persona di sesso biologico maschile e identità di genere femminile, che sta effettuando o non ha portato a termine il percorso di transizione ormonale/chirurgico che la condurrà ad acquisire l’identità sociale/sessuale del proprio genere; si dà del lei.

TRANSESSUALE FtM (acronimo di female to male): indica il percorso opposto a quello MtF, dunque la persona di sesso biologico femminile ed identità di genere maschile che sta effettuando o non ha portato a termine il percorso di transizione per riappropriarsi della sua identità sociale/sessuale maschile. Si dà del lui.

-TRANSGENDER: la persona che non appartiene e non si riconosce nelle due categorie binarie maschio-femmina, o che rifiuta i ruoli sessuali sociali assegnati sin dalla nascita, adottando dunque una identità di ruolo personale e sentita come propria, che va oltre il ruolo di genere stereotipato ed inteso come costrutto storico-culturale.

Non tutte le persone con disforia di genere arrivano a eseguire un percorso di transizione. La stigmatizzazione di queste scelte, tuttavia, ritorna frequentemente nella nostra società. Nessuno dovrebbe limitare la libertà altrui; non c’è nulla di sbagliato nel piacersi per ciò che si è realmente.
Le persone con disforia di genere vogliono solo ritrovare un’identità perduta da tempo; non hanno bisogno di essere giudicate, ma supportate nel loro percorso.


Siamo esseri complessi e dinamici che vanno al di là di un semplice approccio evoluzionistico – biologico.
Rispettare il modo di essere dell’altro è uno dei primissimi passi per creare una società il più inclusiva possibile.

 

 

Riferimenti

Brown, G. (2019, luglio). Disforia di genere e transessualismo. Manuale MSD .

Hooley, J., Butcher, J., Nock, M., & Mineka, S. Psicopatologia e psciologia clinica.

Saperescienza. (2019, Giugno 6). Tratto da www.saperescienza.it

Viozzi, E. (s.d.). Disforia di Genere... chiariamoci le idee. Istituto di Sessuologia Clinica .

 

 

Dott.re Antonio Paone,

 Laureato in Scienze e tecniche psicologiche
 antonio.paone001@gmail.com

 

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