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L’amore tra normalità e patologia - Il concetto dell’Uno per l’Altro.

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L’amore tra normalità e patologia - Il concetto dell’Uno per l’Altro.

Articolo a cura della dott.ssa Giulia Ingrosso

 

“Nell’amore avvertiamo questa spinta, diversa da ogni altra, ad unirci l’uno nell’altro proprio sotto l’impulso della novità, dell’estraneità, di un qualcosa che è stato forse presentito e desiderato ma mai realizzato; che non giunge dal mondo a noi dato e famigliare con il quale da tempo ci siamo fusi e che semplicemente ripete noi stessi.”

(Lou Andrea Salomè- La materia erotica)

 
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L’amore è un’incarnazione concreta della dialettica che opera una sorta di ricomposizione dell’Uno attraverso l’Altro in modo da ricostituire l’identità attraverso la differenza. Il mistero dell’amore è, dunque, il mistero stesso della dialettica: potenza di un pensiero che riesce ad assorbire costantemente l’alterità come un aspetto particolare di quell’Uno.

 

Potenza che si rivela capace di concepire la realtà come unione dell’unione e da qui possiamo formulare una sintesi nel quale l’Uno viene duplicato affinchè si possa ricomporre all’Altro.

 

“Nell’amato noi vediamo solo noi stessi, tuttavia egli non è noi stessi: un miracolo che non possiamo comprendere”.

 

È come dire che nell’amore l’uomo ha ritrovato sé stesso in un altro.

Ma questa dialettica può venire meno nel momento in cui l’amore per il prossimo viene ricondotto ad una forma di misconoscimento dell’amore dell’Io per sé stesso; più nel dettaglio si può partire dalla visione di Freud per il quale la dimensione dell’amore resta inscindibile dalla dimensione del narcisismo. Non c’è mai veramente l’Altro in gioco nell’amore ma sempre e necessariamente l’Uno. L’Uno che ama sé stesso nell’Altro. È la tesi dell’innamoramento come passione per la propria immagine ideale, un gioco di specchi beffardo che il mito di Narciso illustra sino all’estremo della tragedia. Il narcisismo è mortifero per essenza: il mito rende visibile l’affermazione delirante di sé come Uno, come identità infatuata e la spinta suicidaria è il delirio di identità che comporta.

 

L’aforisma di Lacan “Mi amo me stesso” condensa questo miraggio Freudiano che è sempre speculare poiché l’amore non è mai amore per l’Altro ma è la tendenza degli esseri umani a preservare il bene di colui che gli risulta essere necessario. In Freud è assente la dimensione simbolica dell’amore come dono incondizionato del segno della mancanza dell’Altro ma è pura passione narcisistica, è un volere il proprio bene. La persona amata è colei che offre al soggetto un supporto narcisistico, per questa ragione nell’amore come passione narcisistica è paradossalmente proprio l’amato ad essere sopravvalutato: non se ne vedono i lati mancanti ma è tutto idealizzato. L’amore è una cecità logica che rende possibile una sovrastimazione.

 

Arrivati a questo punto una domanda che può sorgere spontanea è: come ci si arriva allora a provare anche odio per l’Altro?

 

L’osservazione clinica ci mostra come l’odio è l’inatteso accompagnatore dell’amore tant’è che in qualche occasione l’odio si trasforma in amore e viceversa. Freud spiega ciò tramite una logica dell’alienazione amorosa che configura sul modello della teoria dei vasi comunicanti nella quale più l’Uno si svuota travasando la sua libido nell’Altro, più l’Altro si riempie e si arricchisce. Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che l’idealizzazione amorosa svuota il soggetto.

È ciò che giustifica la definizione Freudiana “Perdita di libido”: l’io perde l’Altro ma nella perdita dell’Altro perde anche sé stesso. In questo senso l’immagine amata è l’immagine odiata perché il soggetto non vi può coincidere.

 

Al di là di risvolti patologici o sfoghi d’odio è sempre importante ricordare che vi può essere anche, se non il più delle volte, una soddisfazione reciproca data da un segno d’amore il quale impedisce che l’assenza diventi un deserto e che la presenza si riduca alla routine di un comfort senza desiderio. Attraverso l’amore l’esistenza trova l’Altro come sostegno di senso, essa trova nella chiamata o nell’attesa dell’Altro una sua legittimazione. Mentre prima di essere amati eravamo inquieti per questa esistenza ingiustificata, ora sentiamo che quest’ultima è ripresa e voluta nei suoi minimi particolari. In questo consiste la vera gioia: sentirsi giustificati d’esistere.

 

Approfondimenti bibliografici:

 

S. Freud, “Tre saggi sulla teoria sessuale”, in Opere, vol. IV.

 

J.A. Miller, “Presentazione del seminario IV di Jacques Lacan. La relazione d’oggetto”, in La psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1994.

 

J.P. Sartre, L’essere e il nulla.

 

L.A. Salomè, “La materia erotica”.