Il lutto nell’anziano – Fasi ed evoluzione

ImmagineIl lutto nella vita dell’essere umano è una presenza costante, esso colpisce tutti indistintamente e in varie forme. Il termine lutto deriva dal latino “lugere” che significa piangere. L’originale significato del termine latino ci può dare già una visione molto “diretta” della forte reazione che il lutto provoca. Il lutto consiste nella perdita in senso molto ampio quindi non solo la perdita fisica di una persona importante, che sia essa definitiva (morte) oppure un allontanamento, ma anche la perdita psichica di una parte della nostra struttura identitaria. Il processo di elaborazione è ciò che si sviluppa successivamente, esso può evolversi in base all’entità del lutto e della capacità della persona di affrontare la situazione difficile. L’impatto del lutto può essere sia improvviso oppure una presenza costante che si articola in momenti diversi e  lentamente, come una relazione che perde pian piano la sua forza di attrazione. In entrambi i casi si è potuto notare che il processo di elaborazione passa attraverso varie fasi. Un esempio di struttura delle fasi è stato dato da Elizabeth Küber Ross che ha descritto l’evoluzione del lutto secondo questa struttura (Fig.1)

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Figura 1

 

Il processo di elaborazione quindi esige tempo e soprattutto il superamento di vari momenti legati al forte coinvolgimento emotivo che la perdita comporta, ovviamente ogni soggetto ha i propri tempi specifici per ritornare ad avere una propria stabilità emotiva, psichica e sociale. Sicuramente una visione importantissima del processo di elaborazione del lutto è stata inoltre fornita da Freud, che l’ha descritto come un processo di “reinvestimento libidico” dall’oggetto che lo deteneva, che è stato perso, ad un altro, questo appunto provoca dolore perché bisogna ritirare le energie libidiche investite perse per indirizzarle verso una nuova base. Il concetto di “perdita” quindi in questo caso consiste anche nel rischiare di perdere di nuovo le energie investite, e questo potrebbe essere uno dei motivi principali per cui emergono problemi nell’elaborazione, perché si ha eccessivamente paura di dover rivivere di nuovo una forte perdita, allora si decide di non reinvestire le proprie energie.

Nel soggetto anziano il lutto è parte della propria storia di vita, sia in quanto essere umano e sia perché probabilmente nella sua lunga vita ha vissuto molti momenti in cui il lutto si è presentato. La non elaborazione di più lutti vissuti durante la vita può portare ad una chiusura emotiva verso l’altro e una concentrazione delle proprie energie solo su stesso, creando quindi comportamenti profondamente autoreferenziali, in cui si potrebbe in qualche modo celebrare la propria “forza psichica” non reinvestita con atteggiamenti fortemente narcisistici. Un’altra reazione inoltre potrebbe essere quella di attivare invece un processo depressivo, dove la paura del mondo esterno e del dolore chiude l’anziano nella monotonia e nella ripetitività della propria vita non permettendogli di vivere piacevolmente questa fase della propria vita. Ovviamente la forza del lutto in età avanzata può essere percepita maggiormente perché le energie psicofisiche diminuiscono progressivamente e la capacità e flessibilità nella gestione del lutto può diminuire. L’evoluzione negativa può portare anche a disturbi psichiatrici e quindi anche a possibili disturbi cognitivi o demenze che in realtà non sono totalmente causati da danni organici ma anche da problematiche di natura prettamente psichica. La mancanza di strumenti mentali che permettono l’elaborazione attiva e di successo del lutto è fortemente connessa ad processo di accettazione della nuova fase di vita, infatti molto spesso quando è presente un lutto non elaborato con una fase di cambiamento della propria vita, quale può essere il pensionamento e quindi un passaggio “formale” alla vita da anziano, la forza emotiva dei due momenti si sommano l’uno con l’altro causando forti complicanze, causando anche rancore verso se stessi per non aver risolto problemi passati e non riuscire a risolvere inoltre i problemi del presente. La percezione inoltre della fine della propria vita può produrre un’altra perdita degli equilibri psichici nell’anziano in quanto il concetto di morte causa angoscia in maniera automatica nell’essere umano; in particolare l’anziano, percependo l’avvicinamento della fine, può perdere la capacità di gestione dei propri stati psichici causando gravi difficoltà relazionali e personali. La sola paura della morte o il solo pensiero della morte può creare condizionamenti; infatti l’impossibilità dell’uomo di riuscire a comprendere ciò che accade oltre la morte fisica sviluppa la necessità di focalizzare la propria paura verso un “appoggio”, che molto spesso è la fede religiosa. La fede è uno dei mezzi che può aiutare il soggetto anziano a mitigare la propria angoscia, ma ovviamente la sola spiritualità non può bastare per vivere uno stato sufficientemente sereno. Una delle reazioni più comuni alla paura della morte è quella della presentazione di idee fisse di tipo ossessivo, che costringono il soggetto ad essere sottomesso alla ripetitività dei pensieri e delle azioni abituali creando una gabbia protettiva intorno a se stessa. È molto difficile da parte dell’anziano accettare la morte in modo naturale, ed inoltre questa è una difficoltà che ovviamente si allarga anche all’essere umano in senso più ampio; nell’anziano l’avvicinamento della fine della vita rievoca la propria storia, i propri vissuti o le proprie occasioni di vita passate mancate. L’integrità psichica è strettamente legata all’accettazione del proprio ciclo vitale, e se ciò non accade possono presentarsi delle forti angosce che portano a forti stati d’ansia. Una possibile visione che può spiegare in parte l’origine di questa angoscia può derivare dal fatto che solitamente chi muore viene descritto come colui che entra in un “eterno riposo” e quindi in un certo senso abbandona tutte le dinamiche e le problematiche della vita terrena “pratica” per godersi appunto una sorta di “meritato riposo” in senso strettamente antropologico. Questa visione indica che in realtà l’anziano si sente appunto ancora legato alla vita reale, e quindi si sente in dovere ancora di dover dare qualcosa agli altri (come può essere una prestazione lavorativa o anche affettiva) senza però le forze che lo assistevano da giovane e che sicuramente gli avrebbero permesso di far fronte alle necessità della vita. Il lutto quindi può essere descritto come un processo che, nei casi in cui non sono presenti gli strumenti mentali adatti, può “congelarsi”. Il lutto “congelato” consiste nello stato di non accettazione della “perdita”, che può essere sia la perdita “fisica” di una determinata persona, che psichica, ovvero di parti di sè. Il lutto “congelato” quindi consiste nel blocco dei vissuti, dei pensieri e delle emozioni, quindi la persona decide inconsciamente di non provare nulla piuttosto che affrontare la perdita; affrontare la perdita significa affrontare una crisi, che spaventa, soprattutto se non graduale. Infine quindi il processo di elaborazione dei lutti passati e del proprio lutto imminente, ovvero la sua stessa morte, provoca nell’anziano vissuti dolorosi che non possono essere adeguatamente affrontati se lo stesso anziano non viene supportato da nessuno, e quindi lasciato solo, e se inoltre appunto non possiede gli strumenti psichici, emotivi e sociali adatti ad affrontare la situazione.

Articolo a cura del Dott. Stefano Carinci

Laureato in Psicologia, Tirocinante presso “La Cura del Tempo”

Per approfondire:

https://www.harmoniamentis.it/cont/news/articles/3397/lutto-trascurare-soprattutto-negli-anziani.asp

http://spazio-psicologia.com/psi/lutto/elaborazione-del-lutto/

https://www.spi-firenze.it/gli-anziani-e-la-morte-vissuti-e-fantasie/

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